ENRICO BAJ
Le macchine del tempo
Tribù Guermantes Tuberie

a cura di Angela Sanna in collaborazione con Roberta Cerini Baj
18 novembre 2017 - 15 gennaio 2018
Orari della galleria: dal lunedì al sabato 10.00-13.00/15.30-19.30

venerdì 15 dicembre 2017, ore 17.00:
serata dedicata a Baj, incontro-dialogo tra Roberta Cerini Baj e Angela Sanna

ENRICO BAJ
LE MACCHINE DEL TEMPO

Angela Sanna

«Aucune vérité ne mérite de demeurer exemplaire», annotava André Breton nel suo celebre scritto Les pas perdus. Niente sembra più eloquente di quest’assioma per rendere sospette molte «certezze», come quelle che da sempre avvolgono la parola «tempo». Tanto più se evochiamo quella misteriosa dichiarazione che ci consegnò lo stesso poeta agli albori del Surrealismo: «je cherche l’or du temps». Enrico Baj, che di Breton fu sodale, e i cui ricordi richiamavano periodicamente quell’intrigante ricerca dell’Eldorado, formulava anch’egli le sue teorie sul tempo e sulle possibilità di esplorarlo. Complice una quantità di riflessioni e di letture sul tema, a cominciare dai libri del suo grande mentore, Alfred Jarry, che fornì informazioni doviziose sulla «machine à explorer le temps», la cui velocità, «uniformemente accelerata», raggiungeva una sorta di stato assoluto fuori dal tempo e dallo spazio. La macchina del tempo di Baj, che nella sua natura metamorfica e metaforica ha seguito traiettorie imprevedibili approdando a dipinti e collages «d’après», memorie «automitobiografiche» e omaggi artistici a personaggi storici, osserva, come quella di Jarry, un moto autonomo e reversibile che consente di risalire la corrente degli eventi. A differenza della macchina dello scrittore, tuttavia, quella di Baj si avventura nel regno di Chronos sospinta da un prezioso carburante: un arsenale inesauribile di oggetti trouvés e d’uso comune, paccottiglia da brocantes, arnesi da pittore, scultore, collagista, e chi più ne ha più ne metta. A questo si aggiunga, cela va de soi, l’erudizione dell’artista in campo letterario, scientifico e sociologico, e la dirompente immaginazione che gli è propria.
Tale armamentario tipicamente bajesco assume morfologie accattivanti anche nell’ultima stagione dell’artista, il cui piglio evergreen, fedele al calendario perpetuo della Patafisica, sembra attingere a quell’«éthernité» imperitura di cui fu investito, a suo tempo, il Dottor Faustroll. Consideriamo, in modo più specifico, quel percorso creativo lungo il quale Baj, dagli anni Novanta in poi, va alla scoperta di mondi assai distanti, dalle civiltà tribali alla letteratura d’antan fino alle passate glorie idrauliche.
Correva l’anno 1993 quando l’artista, tanto più sensibile alle sorti dell’ecosistema quanto più diffidente verso la tecnologia dilagante, si cimentava in un nuovo ciclo di assemblages che contrastava gli ultimi fuochi delle «magnifiche sorti e progressive». Nascevano così le «maschere tribali», strutture di gusto neodadaista e neoprimitivo, espressione di un gioco combinatorio tra passato e contemporaneità. Sebbene ci parlino di antiche civiltà azteche, assire e sumeriche, riportandone in auge, con titoli rocamboleschi e canzonatori, riti e stregoni, le «maschere» costituiscono «l’allegoria di certi atteggiamenti umani collegati a una conflittualità tipica del nostro tempo». Una barbarie generata, secondo l’artista, dal consumismo selvaggio e dall’azzeramento della cultura la cui «logica primitiva, di rifiuto culturale totale», si manifesta in comportamenti violenti o in travestimenti simbolici. Se in questi lavori il primo bersaglio di Baj è l’homo technologicus, il secondo sarà rappresentato dalle nuove ‘etnie’ giovanili, generazioni cyber-punk dalla capigliatura multicolore, forate ovunque da piercing e da anelli neotribali. Con una reazione che contrasta tali fenomeni, Baj si orienta, in quegli stessi anni, verso un tipo di primitivismo affatto diverso, più salutare e primordiale, in netta opposizione ai danni ambientali e intellettuali provocati dalla tecnocrazia. Studia così nuove strategie d’attacco che di lì a poco sfoceranno in sculture composite fatte di legno, fascine, coltelli, telefoni, sturalavandini…. Sono i «totem», contraltare dei «nomadismi erratici» sognati dai fanatici del personal computer, antidoto beffardo contro gli anti-ecologisti, già attaccati da Baj, tempo addietro, in quel collage monumentale e memorabile che fu L’Apocalisse. La selva fantasiosa dei «totem», che affolla ancora oggi il suo studio, sfoggia alberi pugnalati, strutture bifronti, assi di legno agghindate con oggetti eterocliti. Qui si compie la fragorosa evocazione di sciamani, stregoni, sacerdoti, ma anche l’epifania di personaggi storici e leggendari, da Lancillotto a Re Artù, da Caterina de’ Medici a Enrico II, da Savonarola a Carlo Martello e molti altri. Tra questi non poteva mancare Re Ubu, mito inossidabile del nostro artista e campione indiscusso della tracotanza e delle debolezze umane.
Con l’affievolirsi progressivo del richiamo tribale, Baj si sposta, dopo qualche tempo, su altri meridiani. Riprende così la rotta verso il Vecchio Continente, riscoprendo la letteratura d’Oltralpe, frutto di quella cultura che condensa, secondo lo stesso artista, tutto lo spirito dei tempi moderni, a cominciare da Rabelais, che v’infuse il senso colto e liberatorio della risata, fino alle pagine surrealiste, fonte di automatismi psichici e di combinazioni linguistiche più volte chiamate a dialogare con le opere di Baj.
Della letteratura, a onor del vero, Baj conosceva bene anche i rappresentanti nostrani, che frequentava realmente o virtualmente, da Lucrezio a Italo Calvino, da Edoardo Sanguineti a Dino Buzzati. Eppure, è negli annali della letteratura francese che attinge ora nuova linfa per inoltrarsi in un mondo, quello dell’aristocrazia, da lui stesso canzonato nelle sue precedenti fasi creative. Viene allora alla luce una serie di personaggi dai nomi altisonanti e dai volti di paccottiglia, attori di un’antica nobiltà che prende le mosse dalla fertile penna di Marcel Proust. I Guermantes, orgoglio dinastico della Recherche du temps perdu, rappresentano dunque i nuovi eroi di Baj, uniti a formare una quadreria nutritissima di ritratti di famiglia le cui peculiarità sono il formato minuto e la composizione variopinta, giocosa, ironica. «Mascherature dell’essere e del suo doppio», «carnevaleschi, smodatamente rabelesiani», questi personaggi, solo apparentemente estranei al raffinato Proust, incarnano un mondo in declino, colto nella sua vanità e supremazia mondana. Baj si muove agevolmente in quest’ambiente démodé, al quale deruba i «materiali obsoleti, tristi, consunti, posseduti dalla polvere e dal disfacimento che regna ovunque nelle umane cose e vicende». Se i Guermantes di Baj sovvertono i valori istituzionali senza traccia di nostalgia, è pur vero che questi stessi collages rispecchiano l’empatia dell’artista verso le «buone cose di pessimo gusto» accatastate sui banchi dei rigattieri e nei ricordi lontani. Questa «saga» bajesca sembra altresì calarsi nel pensiero di Proust e segnatamente in quei valori, essenziali per entrambi, che sono il ruolo vitale della memoria e la funzione esplorativa dell’arte e della letteratura. Grazie al suo humour Baj conferisce a questi elementi un tocco di brio, ammiccando al «tempo perduto» con quadranti d’orologio, talvolta privi di lancette, che fungono da occhi in certi ritratti dell’illustre famiglia. Perfino l’artista indossò tali piccoli quadranti, ricordandoci probabilmente la nostra «dipendenza oculare» dall’orologio, impietoso memento del tempo che fugge.
Dopo avere sondato nel profondo la Recherche di Proust, Baj si allontana dai Guermantes per riavvicinarsi, con rinnovato coinvolgimento, al grembo di madre natura. Riscopre così la geografia fluviale, la cui maestosa fluidità egli assimila alla femmina procreatrice e vitale: «La donna è un fiume. Se si innamora è un fiume in piena. Se straripa fa danni ingenti». Con tale sensuale trasporto Baj inventa collages sontuosi intitolati ai fiumi Loira, Moldava, Marna, Gironda… Queste stesse opere lo portano a riconfigurare, col senno di poi, l’identità delle sue famose «Dame» degli anni Sessanta, già orpelli di una vetusta nobiltà. Nel loro nuovo restyling queste «signore» riacquistano giovinezza rispecchiando in contemporanea la prodigalità creativa dell’artista. Ribattezzate anche «Dame idrauliche», in virtù dei materiali usati e della passione ‘idraulica’ manifestata da Baj all’inizio del nuovo millennio, le «dame» sono assemblages di tubi, rubinetti, sifoni, ricche passamanerie. Alquanto simili sono anche gli strumenti che svelano, in contemporanea, il suo interesse più spiccatamente maschile per la storia dell’idraulica. Con un viaggio à rebours che lo conduce nell’empireo di questa scienza, Baj rende omaggio ai suoi più grandi protagonisti, da Talete a Torricelli, da Bernoulli a Lagrange, da Venturi a Arrhenius. Un insieme inedito di sculture metalliche costituite da tubature, rubinetti, sifoni e galleggianti ne reinventano estrosamente le sembianze dando corpo, quasi, a certe curiose immagini realizzate un tempo dall’artista per illustrare le Incongruités Monumentales dell’amico André Pieyre de Mandiargues. Elegantemente giocose, queste opere costituiscono altrettanti monumenti eretti a eroi e teoremi che si direbbero usciti da una pagina dell’Encyclopédie o dalla vetrina polverosa di un museo ottocentesco.
A conclusione del suo viaggio iperbolico attraverso il tempo, Baj intraprende il ciclo finale della serie idraulica, rappresentato dai rilievi omonimi. Articolati su supporti orizzontali, gli elementi idraulici di queste opere, costituiti prevalentemente da tubature, diventano occhi, nasi, organi sessuali e intestini. Ecco allora i Tubi di tutti i motori, Tubi d’acqua, d’aria, di gas, Tubi del tormento e della gioia, nelle cui forme sembrano confluire temporalità opposte. Ritornano qua e là, sotto mentite spoglie, le sagome dei suoi storici «ultracorpi», frutto di quella scienza «ultraplanetaria» e patafisica condivisa in passato con artisti e intellettuali, tra cui il poeta e pittore futurista Farfa. Non a caso fanno qui capolino i componimenti poetici dello stesso Farfa, le esilaranti Tuberie che proprio Baj aveva ricordato, in età matura, nel suo emblematico testo Patafluens: «Tubi d’acqua, d’aria, di gas, / Di scolo, di scarico, di scappamento / Tubi di pressione sanguigna / Tubi digerenti / Tubi di budella / Tubi genitali e virginali / Tubi scroscianti e silenti / Io sono il vostro cantore, / Sono un incantatore di serpenti». Con queste opere Baj tocca contemporaneamente il presente più stringente, schiudendo velati riferimenti, come una «apotropaica ironia autobiografica», alla malattia intestinale che allora lo colpì. Condizione alla quale egli seppe tuttavia opporre la «fortissima carica terapeutica» dell’arte, cogliendo quei benefici che il grande Aristotele, ci ricorda l’artista, riassunse nella parola eudaimonìa. Forte del suo infallibile antidoto, Baj poteva liberarsi delle umane angherie, andando sempre oltre, nel tempo e nello spazio, sospinto dalle «acque delle femmine fluminensi» e dalla «gloria del sapere idraulico». E noi, suoi fedeli seguaci, restiamo allegramente sull’attenti, in attesa di risentire il rombo festoso e ruggente delle sue macchine del tempo.

 

Enrico Baj, Frau Mulde, 2002 (100x80 cm) Enrico Baj, Gospoža Peciora, 2002 (100x80 cm) Enrico Baj, La Moscova, 2002 (130x100 cm) Enrico Baj, Diablo de Purepecha, 1994 (89x35cm) Enrico Baj, parete di Maschere. Enrico Baj, I Guermantes Enrico Baj, Marie principessa di Guermantes (moglie di Gilbert, sorella del Duca di Baviera), 1999 (18x14 cm) Enrico Baj, Ngband, 1994 (155x28x19 cm) Enrico Baj, Tubi di tutti i motori, 2003 (65x55cm) Enrico Baj, Tubi digerenti, 2003 (65x55 cm) Enrico Baj, Tubi dei fucili e dei cannoni, 2003 (65x55 cm) Enrico Baj, Tubi d’acqua, d’aria, di gas, 2003 (75x65 cm) Enrico Baj, Celsius, 2002 (64x26x33 cm) Enrico Baj, È arrivato l’idraulico, 2002 (115x26x26 cm) Enrico Baj, Evangelista Torricelli, 2002 (61x26x36 cm) Enrico Baj, L’ingegnere idraulico fluviale Villoresi, 2002 (68x43x6 cm) Enrico Baj, Tamate-Begu, 1993 (67x32x14 cm) Enrico Baj, Savonarola, 1997 (188x25x11 cm) Enrico Baj, Grande Sacerdote Numerario e Triplice Bozzuto, totem bifronte, 1997 (196x65x23 cm) Enrico Baj, Macchina per oroscopi, 1997 (169x60x20 cm) Enrico Baj, Propagatore australe, totem bifronte, 1997 (110x40x28 cm) Enrico Baj, Ubu, 1997 (215x60x40 cm) Enrico Baj, Basin duca di Guermantes, già principe dei Laumes, 1999 (19x18 cm) Enrico Baj, La viscontessa di Gallardon (nuora della marchesa di Gallardon), 1999 (14,5x19 cm) Enrico Baj, La Vistola, 2002 (130x100 cm)